Quell’ultima freccia lo colpì in pieno petto. Lo avevano conciato come un porcospino. Non c’era centimetro di neve che non si fosse tinto del suo sangue. Era colato in profondità, irrorando il ghiaccio e la pietra. Nokinair guardò a terra e un senso di vertigine che veniva da lontano lo colse in ogni fibra del suo corpo martoriato. Crollò in ginocchio: lui, che mai prima d’allora si era inchinato a uomo o dio che fosse. La tenebra oscurò le stelle e una neve leggera e misericordiosa lo avvolse nel silenzio dell’oblio.
Una visione lo raggiunse in quel sonno senza sogni: una lupa bianca, un fantasma, forse la materializzazione di quella bianca desolazione. Si avvicinò al suo corpo straziato, lo annusò leccandolo; in un remoto angolo della sua coscienza Nokinair pensò che era giusto così: la sua carne avrebbe nutrito un’altra guerriera. Ma la fiera non affondò le fauci nelle sue carni straziate. Si accucciò al suo fianco, infondendo al suo corpo un calore che mai aveva provato prima. Lentamente, le ferite iniziarono a rimarginarsi. E la neve continuò a cadere, foriera di nuove imprese.
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